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Published on giugno 28th, 2017 | by Donatello

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La volatilità, un’arma a doppio taglio per gli investitori

Una delle variabili che pesa maggiormente sul mercato finanziario e che incide in maniera notevole sull’andamento di un titolo o di un prodotto finanziario è la volatilità. Si tratta di un concetto fondamentale alla base del mondo degli investimenti, ma spesso le sue implicazioni, che hanno un discreto peso per acquisti o vendite, non sono ben comprese dai risparmiatori.

Per chiarire l’importanza di questo concetto, è necessario partire da una definizione, che inquadra la volatilità come l’insieme delle variazioni, positive o negative, subite da un titolo per un lasso di tempo prestabilita. In parole povere, con la volatilità si fa riferimento all’intensità di variazione e alla sua percentuale commisurata al valore di un titolo o di uno strumento all’interno di un portafoglio. Il calcolo della volatilità avviene in base ad una quota percentuale che sta ad indicare quanta distanza sussiste tra il valore medio del prodotto e il prezzo stesso del titolo. Per un esempio più pratico, possiamo considerare che se la volatilità di un’azione o di un titolo è del 20% nel corso dell’ultimo anno, il prezzo “al pubblico” è maggiorato di 20 punti percentuali rispetto al valore effettivo. Questa spiegazione conferma un dato della volatilità: se questa percentuale si abbassa, il prezzo sarà calmierato, mentre al contrario se la volatilità è alta, vorrà dire che le operazioni di acquisto o di vendita di un titolo sono state effettuate ad un prezzo più alto.

Alla luce di questa definizione, molti investitori ritengono che alla volatilità sia associato il livello di rischio dei prodotti contenuti all’interno di un piano di accumulo capitale; questa è però solo una parte del gioco, visto che, a fronte di una serie di cambiamenti repentini corrispondono anche percentuali più alte di guadagno, dall’altro lato i piani di accumulo capitale riducono gli effetti delle oscillazioni dei mercati. La differenza sostanziale sta tutta nell’attitudine del risparmiatore al rischio. La volatilità, di per sé, non è un concetto negativo, ma comporta continue oscillazioni e sottopone il titolo o il portafoglio ad un andamento meno costante. Per questo motivo in fase preliminare diverse società sottopongono gli investitori ad un questionario: se il cliente accetta una soglia di rischio più alta, riuscirà anche a “convivere” con la volatilità; se invece sussiste una certa avversione ai colpi di scena e si vuole mantenere l’investimento al riparo dai colpi di scena sul mercato, si punterà molto sui portafogli con meno volatilità, anche se questa operazione potrebbe costare una parte del rendimento.

Qualsiasi risparmiatore che si affaccia al mercato finanziario deve dunque avere ben chiara l’importanza della volatilità e la sua effettiva incidenza. Ancora una volta, un esempio concreto può chiarire ulteriormente le idee. Basterà confrontare due indici posti ai due estremi: un prodotto sottoposto ad una volatilità e ad una percentuale di rischio più elevata avrà continui cambi di rotta e sarà caratterizzato da continui saliscendi, ma al termine di un lasso temporale molto ampio frutterà di più. Al contrario, un titolo meno “rischioso” e meno “volatile” farà della costanza il suo mantra, ma i guadagni saranno pressoché nulli. In questo caso, a giocare un ruolo decisivo è la pazienza e la costanza dell’imprenditore, che non deve vendere un prodotto alla prima difficoltà ma è tenuto a valutarne la resa su archi temporali più lunghi. Solo in questo caso la volatilità può essere un valido alleato per chi punta a guadagnare di più, sia nel breve che nel lungo periodo.

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