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WhatsApp, che succede con il backup locale delle chat?

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WhatsApp

Salvare le chat e i media che i contatti si scambiano è possibile, in due modi. Ma attenzione a quel che succede.

WhatsApp permette ai propri utenti di salvare le chat e i media che i contatti si scambiano. Questa operazione di backup può avvenire in due modi: sul cloud e il locale. Il backup locale è quello che sta creando qualche problema agli utenti.

WhatsApp

WhatsApp mette i propri utenti nella condizione di non dover pensare al salvataggio singolo dei messaggi che si ricevono o dei media che ci si scambia nelle chat, foto oppure video oppure messaggi vocali. Il backup locale, però, che non può essere eliminato o arrestato, sta facendo apparire scomodi messaggi a più di qualche utente.

Il backup locale di Whatsapp che non si può arrestare

Quando si utilizza un’applicazione per molto tempo, in particolare un’applicazione di messaggistica istantanea come WhatsApp, si finisce con lo scambiarsi centinaia e centinaia di file, comprese foto, e a inviarsi moltissimi messaggi. Nell’universo infinito dei messaggi, delle foto, dei video, dei messaggi vocali che viaggiano su WhatsApp ogni giorno, ce ne sono sicuramente alcuni che vogliamo salvare.

Ma, magari per pigrizia o dimenticanza, molto spesso questo non viene fatto. Ed è a questo punto che entra in azione il backup. WhatsApp infatti ha attivato una funzione di backup automatico locale cui si può aggiungere, se si utilizza l’app di messaggistica istantanea su uno smartphone Android, un doppio backup su Google Drive. A differenza del backup su Google Drive, però, il backup locale, il salvataggio delle chat e dei file sul telefonino su cui è installato WhatsApp, non può essere gestito in alcun modo dall’utente.

È per questo motivo infatti che più di qualcuno si è ritrovato a non poter usare l’app perché WhatsApp stava facendo il backup locale. Si tratta di una operazione che può richiedere anche parecchi minuti e che, per quanti hanno bisogno di comunicare utilizzando WhatsApp, può essere decisamente fastidioso. L’aspetto positivo del backup è che è stato automaticamente programmato alle 2 di notte, un orario decisamente non di punta.

Benché scomodo, il backup locale permette di avere una copia dei file nel caso in cui, per qualche motivo, il backup tramite Google Drive non dovesse funzionare o si dovesse perdere l’accesso al Drive stesso.

Allevamenti bovini, producono la metà delle emissioni di gas serra

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Bovini

Si, è possibile ridurre le emissioni di gas serra garantendo alti livelli di qualità per la gestione degli allevamenti.

Bisogna saper scegliere, per migliorare e garantire un futuro sostenibile al livello ambientale. Gli allevamenti intensivi rappresentano la metà delle emissioni di gas serra. Su questo dato l’allevamento dei bovini ne costituisce il 78%.

Se si considera che l’allevamento è una creazione eminentemente umana, si deduce che altre soluzioni potrebbero essere vagliate, con scelte che si adattino all’urgente necessità di abbassare in modo significativo secondo gli obietti del 2050, l’emissione dei gas serra.

bovini al pascolo

Ed è qui che la Ricerca soccorre e orienta le scelte future. Un gruppo di ricercatori dell’Università del Colorado, ha confrontato 300 studi condotti in Nord e Sud America, Asia ed Australia, dove erano state analizzate le emissioni di un allevamento bovino tradizionale, con gli effetti generati da una serie di azioni migliorative.

Se non puoi devi e se devi puoi cambiare il decorso degli avvenimenti. Questa affermazione sigla il risultato dello studio pubblicato sul Global Change Biology che evidenzia come basterebbero degli accorgimenti per evitare l’ulteriore produzione di emissioni di gas serra.

Sono due i punti su cui prestare attenzione: l’aumento dell’efficienza che misura sulla quantità di carne prodotta per unità di gas serra, che può assicurare fino all’8% di diminuzione delle emissioni e il miglioramento del sequestro del carbonio da parte del terreno e delle piante presenti nell’allevamento, che può garantire un calo del 46% delle emissioni per unità di carne. Piantare alberi su terreni degradati e rinunciare ai pesticidi, erbicidi e fitofarmaci, sono accorgimento che modificano in modo significativo in termini percentuali l’impatto sull’ambiente, riducendo emissioni di gas serra con un decremento valido fino al 57%, com’è avvenuto in Brasile.

La crescita della domanda di carne bovina innescherà l’aumento di produzione di gas serra

Nonostante gli esiti della ricerca lasciano spazio a scelte fattibili e non impegnative per chi gestisce allevamenti, il numero di quest’ultimi ed dunque l’incremento dei gas prodotto dipendono dalla legge principe del mercato: la crescita della domanda di carne bovina.

pascoli per bovini

Mai come oggi, siamo davanti ad un’evidenza: i cambiamenti globali impattano sul locale e viceversa. L’assunzione di responsabilità, per un futuro decremento delle emissioni di gas serra tra gli allevamenti per ottenere gli effetti sperati, deve essere adottata al livello globale, e coordinata su scala locale. Invece in Asia cresce la domanda di carne bovina ed in Brasile, che rappresenta il polmone verde del pianeta, 52 milioni di ettari di pascoli sono dimenticati a se stessi senza una linea politica programmatica.

Le leggi del mercato prevaricano così l’ottica di un sistema più rispettoso dell’ambiente e forse meno vantaggioso economicamente. La sfida del presente risiede nella lotta con la natura che sta mutando le nostra ordinarietà e stravolgendo i valori di convivienza. Senza l’assunzione di tale responsabilità tra i settori produttivi che maggiormente inquinano, non ci sarà alcun futuro prospettabile, tanto meno economico.

 

Recovery Fund e mafie: il rischio di corrompere l’economia legale

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Il procuratore Raffaele Cantone, intervistato dal giornalista esperto di mafie Sergio Nazzaro, ha parlato delle evoluzioni del mafie e del rischio di corruzione con l’arrivo del Ricoveri Fund.

Corruzione e mafia: due termini che si possono confondere e intrecciarsi quanto trovare vita autonoma nella cornice più ampia della realtà criminale. Se la corruzione ha sostituito in certi casi l’intimidazione, è intuitivo comprendere come per la mafia la crisi economica, generata dalla pandemia, crei occasioni viziose per costruire rapporti di fedeltà, come comprare un funzionario implicato nell’economia legale e nella politica nazionale.

A tal proposito il giornalista Sergio Nazzaro ha intervistata per l’Eurispes Raffaele Cantone, magistrato, saggista ed accademico. Dopo aver prestato servizio nella Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, lavora all’Ufficio del Massimario della Suprema Corte di Cassazione dal 2014 al 2019. Presidente dell’Autorità Nazionale Anticorruzione dal 2014 al 2019, è nominato nel 2020 CMS Procuratore della Repubblica a Perugia.

Raffaele Cantone ha potuto confrontarsi anche con il pericolo di quei mafiosi che in seguito al periodo di detenzione ritornano sul territorio come nel caso dei clan dei Casalesi, di Torre di Mondragone, oggetto di inchieste di cui si è occupato personalmente. In questa situazione, il capitale sociale, la rete con cui ogni individuo può determinarsi economicamente e socialmente, assurge un ruolo principe nella strategia dei soggetti mafiosi che hanno costruito e consolidato relazioni per garantirsi una certa preminenza nella gestione degli affari illeciti al loro ritorno in campo.

Oppure accade che la detenzione crei occasioni di rivalsa in spazi vuoti di potere, per nuovi clan, che si contrapporranno in scontri anche violenti con il ritorno di capi non pentiti dopo la detenzione. Il territorio quindi rimane spazio di contesa di potere anche quando i capi clan sono arrestati, in quanto le reti di alleanza e di contrapposizioni violente continuano ad alimentarsi. Non mancano esempi territoriali virtuosi in cui, dopo aver scontato la condanna, i mafiosi non hanno più quel terreno fertile dove agire in un clima di omertà e paura.

Poiché il territorio è da considerarsi anche una spazio sociale, la mafia con i suoi tentacoli relazionali, racconta Cantone, è riuscita ad inserirsi nel contesto europeo già tra la fine degli anni 90 e i primi del 2000. In questo si esprime perfettamente il potere del capitale sociale delle mafie che travalica i confini geografici per cui nessuno Stato è esule dall’ingerenza mafiosa. “Il clan dei Casalesi investiva stabilmente in Romania, Ungheria e Germania. Stiamo parlando di solo due dei principali clan camorristici dell’area casertana, quindi è facilmente immaginabile il giro d’affari dei capitali illeciti che hanno invaso più o meno consapevolmente i paesi europei”.

Tutelare un’economia sana, lavoro, stabilità, sono antesignani e strade necessarie per combattere l’infiltrazione mafiosa tra apparati pubblici e privati. La direzione antimafia da sola non può essere confezionata come risoluzione di ogni male, ma come strumento inserito in un ampio contesto sociale ed economico sensibile a contrastare gli effetti negativi della criminalità organizzata, che ostacola qualsiasi sviluppo locale contemplabile.

I rischi di infiltrazione mafiosa

Tra il codice degli appalti e la situazione di deregulation del Ricovery Fund

Nell’ambito dell’economia legale, il Codice degli appalti rischia di essere un dissimulatore biologico per le mafie al fine di riprodursi, in quanto vengono rinvestiti proventi illeciti, e moltiplicati.

Nella dimensione economica, lo strumento per eccellenza che permette questa flusso circolare illecito è proprio il codice degli appalti per le regole e l’ostruzionismo burocratico che ne siglano i suoi aspetti critici e ne rappresentano un incentivo alla corruzione.

Ciò che sembra lecito in tal caso sono i timori che si prospettano con l’arrivo di oltre 200 miliardi di euro per il Recovery Fund. Un’occasione per l’Italia equiparabile ad una ricchezza oltre misura per le mafie. Il rischio, secondo il Procuratore Cantone, è che “sta passando l’idea che bisogna spendere senza porsi troppi problemi, considerando le regole un intralcio, come sempre. La deregulation è la situazione che le mafie preferiscono perché possono mettere in campo le loro capacità di “convincere” e cioè l’intimidazione e la corruzione.” Ciò che aggrava il caso specifico è il contesto: la crisi profonda dell’antimafia sociale che rappresenta un vantaggio per le mafie.

L’evoluzione che preoccupa l’esperto è la flessibilità che la mafia dimostra nel mimetizzarsi in ogni situazione critica; il penetrare nelle zone grigie come ombre invisibili, perché non si distingue più dalla massa. I mafiosi hanno lasciato a casa la lupara e la coppola, oggi indossano cravatte e giacche, in un pericoloso gioco di verosimiglianze e finzioni che confonde la realtà.

Gennaro Gattuso pensa al futuro: il nuovo business dell’allenatore del Napoli

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Gennaro Gattuso, allenatore del Napoli, ha da anni cominciato a pensare al suo futuro anche lontano dal calcio. Ecco il suo nuovo business.

Gennaro Gattuso
allenatore del Napoli

Non ci sono solo i calciatori che anche in attività pensano al futuro, al momento del termine della carriera e della celebrità che offre il campo. Anche gli allenatori, che quella fase l’hanno già vissuta, spesso guardano oltre quel mondo che ha regalato tante soddisfazioni ed anche lavoro e guadagni. Sono tanti gli esempi di imprenditori provenienti dal mondo del calcio. Pensiamo ad Andrea Pirlo che ha deciso di investire nel mondo del vino. Ma tra i mister anche di primo piano che decidono di “diversificare” i loro interessi c’è anche Gennaro Gattuso.

L’attuale allenatore del Napoli, in piena corsa Champions, ha già visto lungo da tempo. Decidendo di entrare in un business nuovo ma non troppo. Infatti sono anni che il tecnico volge lo sguardo al mondo ittico, con impegni importanti nella sua Calabria. Oggi però Ringhio ha fiutato un nuovo mercato. Ha comprato un ex orfanotrofio del 1300 a Pisa di 5.800 metri quadri.

La ristrutturazione dello stabile è costata 8 milioni di euro, e l’allenatore la vuole convertire ad uso commerciale. Ma gli affari di Gattuso non finiscono qui. Infatti il mister azzurro è socio amministratore dell’azienda Pinmar che si occupa di locazione immobiliare di beni.

I business dell’allenatore del Napoli

Fare l’allenatore non è mestiere facile. Si vive di risultati e tanto un una carriera dipende anche dal trovarsi al posto giusto al momento giusto.

 

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Questo Gennaro Gattuso lo sa bene, e nonostante le cose adesso al Napoli pare stiano andando abbastanza bene, è sempre meglio dare uno sguardo al futuro. Per questo motivo l’allenatore azzurro sta guardando avanti.

Oggi detiene insieme alla moglie anche il 49% della Gabriella SRL che si occupa di acquisto vendita e permuta e gestione di immobili, società che ha chiuso nel 2017 con una passività di 99mila euro. Sempre nel 2017 ha aperto il ristorante Osteria del Mare a Pisa, città dove ha allenato la squadra della città. Con la società Saga che detiene il 50% dell’attività ha avuto 310mila euro di ricavi.

Ancora un ristorante per Ringhio a Gallarate con bancone ittico con la società Gattuso e Bianchi. Ad oggi questo investimento rimane il più importante nella sua attività imprenditoriale. Infatti nel 2017 ha ottenuto ricavi per 2,3 milioni di euro, con una crescita esponenziale che solo la crisi Coronavirus ha rallentato in questo anno e mezzo.

Maradona, guerra infinita per la mega eredità: familiari rimasti senza casa

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Continua la guerra per la sua eredità enorme: due familiari sono rimasti senza una casa.

Continua la “guerra all’eredità” di Diego Armando Maradona. Il fuoriclasse argentino scomparso il 25 novembre del 2020 per un arresto cardio respiratorio che lo ha stroncato a 60 anni. In questi mesi dalla sua morte tanto si è detto sul Pibe de Oro. Soprattutto in merito all’infinita eredità che i parenti adesso tentano di dividersi. Pare proprio che anche dopo la sua morte non ci sia davvero pace per l’ex campione indimenticato del Napoli e della Nazionale Argentina.

Diego negli ultimi mesi della sua vita era diventato una “macchina da soldi”. Un “osso da spolpare” da parte non solo di parenti ed amici, ma anche da chiunque potesse avvicinarsi per sfruttare quel suo stato di debolezza mentale aggravato dallo stress e da una vita sregolata. In un momento complicato della sua vita, quando aveva anche smesso di lottare, l’ex campiona ha dilapidato parte del suo patrimonio che rimane tutt’ora immenso.

Negli ultimi se mesi prima della morte il Pibe de Oro avrebbe sperperato ben 5 milioni di dollari tra parenti ed amici. Ma come detto i suoi possedimenti sono ancora immensi, e la guerra alla sua eredità non conosce tregua.

Maradona, continua la guerra per la sua eredità

Nelle ultime ore dall’Argentina è rimbalzata una notizia che porta a galla ulteriori elementi sulla guerra all’eredità di Diego Armando Maradona. Pare che le sorelle del campione sono state sfrattate dalla casa di Villa Devoto dove vivevano i genitori Don Diego e “La Tota”. Il motivo è semplice.

Eredità Maradona

L’ufficiale giudiziario avrebbe chiesto l’esecuzione del provvedimento perché quella casa spetterebbe come eredità ai tanti figli sparsi per il mondo dell’ex campione argentino.

“Invecchio e molti pensano solo ai miei soldi”. Questa una delle ultime frasi di Maradona prima della sua morte. Parole che fotografano limpidamente la situazione attuale. Con una vera e propria battaglia legale di tutti gli eredi che vogliono spartirsi la “torta” su un patrimonio di svariate centinaia di milioni di euro.

Tra conti bancari azioni oggetti di lusso e proprietà non si riesce ancora a fare una stima precisa sui possedimenti di Diego, che nonostante gli sperperi degli ultimi mesi vanta ancora possedimenti incalcolabili. Che si divideranno i figli legittimi ed il resto degli eredi.

Serie A, chi è il patron più ricco? Spunta il nome di un insospettabile

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Stadio Serie A

Serie A, chi è il patron più ricco? Dalla classifica stilata da Forbes andiamo a scoprire i top club in Italia e nei principali campionati.

stadio Serie A

Chi è il presidente più ricco della serie A? L’elenco dei papabili è stretto, anche se nella classifica stilata da Forbes ci sono delle sorprese che nessuno si aspetterebbe. Zhang Commisso De Laurentiis Agnelli? Andiamo a scoprire chi è il “paperone” del nostro campionato, dando uno sguardo anche alle leghe europee che vanno per la maggiore.

In un momento di crisi abbastanza serio anche per il mondo del calcio, tutto fa pensare alla Juventus. Che vince scudetti a ripetizione e può permettersi un investimento come Cristiano Ronaldo. Ma non è proprio così. Anche se la new entry nella classifica è proprio quella di John Elkann che entra nei personaggi più ricchi al mondo insieme a qualche altro presidente di massima serie.

Per quel che riguarda la serie A nella classifica dei presidenti più ricchi c’è il patron dell’Inter Zhang Jindong che possiede un patrimonio di ben 7,4 miliardi di euro e nella classifica degli uomini più ricchi del mondo si colloca al 339° posto. A seguire ci sono Rocco Commisso con 7,2 miliardi di euro e 352° in classifica. Sul podio la presidenza Saputo del Bologna con 5,7 miliardi al 486° posto.

Serie A: la classifica dei presidenti più ricchi

Procedendo nella classifica di Forbes per i presidenti più ricchi della serie A, appena fuori dal podio troviamo Paul Singer numero uno del Milan con 4,3 miliardi e 665° nella graduatoria mondiale. A seguire ci sono Dan Friedkin (Roma) con 4,1 miliardi e 705° in classifica, John Elkann (Juventus) con 2 miliardi e 1580° e Antonio Percassi con 1,3 miliardi e 2263° in classifica.

 

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Ma non finisce qui. Perché infatti nella graduatoria di Forbes compaiono anche Enrico Preziosi (Genoa) con 1,1 miliardi di euro e Marco Squinzi (Sassuolo) con 1 miliardo di euro. Esclusi dalla graduatoria Aurelio De Laurentiis e Claudio Lotito di Napoli e Lazio.

Ma se si considerano i presidenti anche di serie B c’è da evidenziare che il patron italiano più ricco resta Silvio Berlusconi. Il presidente del Monza infatti possiede un patrimonio di 7,6 miliardi di euro, portandosi anche davanti a Zhang al primo posto e al 327° tra gli uomini più ricchi nel mondo. All’estero in primato è di Carlos slim (Real Oviedo) con 62,8 miliardi di euro e 16° uomo più ricco al mondo.

Casa Ferragnez, avete mai visto dove abitano? Un lusso sfrenato

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Casa Ferragnez è un appartamento di lusso situato in uno dei complessi più esclusivi di Milano.

La celebre coppia conosciuta come i Ferragnez è composta dalla famosa influencer Chiara Ferragni e il rapper Fedez. I due vivono in una moderna ed elegante casa di lusso con il figlio Leone Lucia Ferragni, una bimba in arrivo e la cagnolina Mati.

Il loro fantastico attico – protagonista di tantissimi post della coppia – si trova nel quartiere più alla moda del momento a Milano, in cui lusso e design si combinano inestricabilmente. CityLife – nome della zona in cui si trova casa Ferragnez – è una soluzione perfetta per chi non vuole rinunciare al design accattivante di una delle città più all’avanguardia in Europa, ma, allo stesso tempo, non vuole trovarsi immerso nella confusione della metropoli.

Gli appartamenti della zona sono abitati prevalentemente da personaggi del mondo dello spettacolo, da imprenditori, da professionisti e da famiglie estremamente facoltose che sentono la necessità di vivere in una zona tranquilla, ma facilmente raggiungibile dal centro.

Casa Ferragnez, l’immobile da sogno

L’appartamento della coppia si estende per oltre 350 metri quadrati e si trova su due livelli. La casa è situata all’interno del complesso delle residenze Libeskind e si affaccia sulla Torre Allianz. L’attico della coppia più social di sempre sintetizza alla grande le linee sinuose e la cura ai dettagli tipiche del design di Zaha Hadid.

Il valore dell’immobile non è conosciuto, ma sicuramente la cifra sarà da capogiro considerato il contesto e gli arredi scelti dai Ferragnez.

L’appartamento è tutelato da un altro livello di sicurezza: in ogni palazzo, infatti, ci sono servizi di portineria e di riconoscimento per tutti coloro che vi entrano.

Alberto Sordi, l’eredità crea scompiglio: è bufera per il suo patrimonio

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Alberto Sordi

Non sono solo i 200 film a comporre l’eredità di Alberto Sordi. L’attore cardine del cinema italiano ha lasciato anche un importante patrimoni0. Diverse le stime sull’ammontare e molte le “battaglie” per accaparrarselo.

È stato attore comico, regista, ma anche sceneggiatore, compositore, cantante e doppiatore. Tra i più amati e seguiti della sua generazione.

Alberto Sordi, che ha attraversato brillantemente i suoi ottantatré anni di vita con 200 film, ha fatto della “romanità” il suo must indiscusso.

Insieme ad altri interpreti di spessore – tra i tanti anche Tognazzi, Gassman, Mastroianni e Fabrizi – è stato uno dei massimi esponenti della commedia italiana.

Ma dopo la sua triste dipartita, il 24 febbraio del 2003, tutto ha iniziato a ruotare attorno al suo ingente patrimonio. Diverse le stime sull’ammontare dell’eredità, che ha scatenato una bufera tra parenti e affini.

40 Milioni, è guerra: 37 i parenti in lotta per l’eredità

Senza consorte o figli a cui cedere la propria eredità, Alberto Sordi scelse saggiamente di destinarla alla sorella Aurelia, morta nel 2014 alla veneranda età di 97 anni. Ma fece scalpore la vicenda giudiziaria che la vide protagonista.

 

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Solo nel 2019, infatti, si conclusero le accuse nei confronti di 37 parenti, ma anche professionisti e affini dell’attore italiano (si pensi factotum peruviano Arturo Artadi), accusati di aver architettato un raggiro ai danni dell’anziana donna.

L’intento, secondo la Procura, sarebbe stato quello di approfittare delle sue precarie condizioni di salute per mettere mano al patrimonio del più importante attore cinematografico italiano. Ma a quanto ammontava? Le stime parlano chiaro.

 

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Sarebbero 40 i milioni di euro devoluti ad Aurelia Sordi. Un patrimonio importante, in cui rientrano lo studio di Via Emilia, la villa da 650 mq di via Druso (valore di circa 15-20 milioni) e i beni presenti all’interno (valore di quasi un milione).

Nell’ottobre del 2014 Aurelia aprì un testamento. In questa occasione si parlò di destinare il denaro alla Fondazione Museo Alberto Sordi. Fondata nel 2011, avrebbe trasformato la villa dove “Albertone” visse dal 1958 alla morte in un museo commemorativo.

Il fondo di dotazione della fondazione risultava di 21,225 milioni. Il patrimonio netto al 31 dicembre 2017 è di 21,077 milioni. Nell’elenco dei beni trasmessi all’ente comparivano quattro conti correnti e due portafogli titoli, il 100% delle quote della società Aurelia cinematografica (che risultava in liquidazione) e le azioni del Campus biomedico di Roma.